Driving school

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Lo sapevamo che a 15 anni qui i ragazzi e le ragazze possono già guidare, seppure con un adulto a fianco, e che a 16 sono pronti per sfrecciare da soli con il sedere ben piazzato su motori ruggenti.
Ma da qui ad esserne contenti ce ne passa…
Del resto, da queste parti i giovanissimi vengono responsabilizzati in fretta. Se a 18 anni già se ne vanno di casa, devi dargli almeno la macchina, se no come se ne vanno? Devi accompagnarli tu? Non scherziamo.
Ditemi quello che volete, ma secondo me alla base di questa scelta che definirei scriteriata c’è proprio il fatto che finché non sono autonomi negli spostamenti, ai genitori americani tocca una serie di “portami lì, vienimi a prendere là, torniamo su, ho dimenticato una cosa giù” che farebbero deprimere anche il più ottimista degli uomini.

Noi lo sperimentiamo ogni giorno della settimana, domeniche comprese: io stessa sono il più incazzoso Uber (gratuito) in circolazione sulle strade del Texas, sempre a disposizione di questo adolescente pretenzioso e volubile, che cambia programmi e destinazioni come un Primo Ministro. Ma si sa che è così. Finché non guidano, mi dicono tutti, dobbiamo scarrozzarli noi. Per questo motivo, secondo me, hanno deciso di renderli autonomi presto, a 16 anni, freschi freschi di learner permit.
Girare sulle stesse strade di ragazzini casinisti, distratti e assolutamente incapaci di andar dritti, non è cosa facile. Ti devi armare di comprensione e pazienza, inchiodare con brio, cambiare direzione con la stessa prontezza che useresti se un cervo ti saltasse all’improvviso davanti e, soprattutto, sorridere con dolente compiacenza al teenager dagli occhi sbarrati che ti fissa nello specchietto o dal parabrezza.
It’ok. Go ahead.

Ma la sensazione di trovarsi sul sedile del passeggero con tuo figlio quindicenne che guida, beh, quella sensazione lí è da brivido come nemmeno la testa di Pennywise che spunta dal canale di scolo.
Ma tu sai che devi essere tranquilla, ostentare fiducia e sicurezza, anche se ti sudano le chiappe e hai le dita irrigidite da un attacco improvviso di artrite.
Tranquillo, un po’ più a sinistra, attento alla bici, no, più a destra, occhio al frontale.
Leo sta lì, aggrappato al volante, gli occhi sbarrati. E finché sta così guida anche bene. Ma, come nella vita, appena abbassa la guardia e si rilassa un pochino, ecco che le altre auto sfrecciano a distanza preoccupante, i marciapiedi si fanno rasi ai cerchioni, il piede sul freno diventa meno fluido, e anche una cosa semplice come guardare a destra e a sinistra prima di un incrocio viene inspiegabilmente dimenticata.

Eppure, nonostante io sia notoriamente una persona piuttosto isterica, quando Leo è al volante riesco a contenere esplosioni di rabbia o urla disumane come, immagino, accada di frequente tra genitori e figli durante le snervanti sedute di scuola guida familiare.
Anzi, la guida è diventato uno di quei rari momenti di sintonia tra noi due. Sarà che lui avverte la mia paura, ma capisce che se nonostante la paura gli permetto di guidare standomene inerme seduta accanto a lui è perché c’è qualcosa di profondo e intenso tra di noi. Infatti quel terrore-amore che sento in quei lunghissimi minuti ha una grande potenza. Insomma, lo ammetto, mi manca quando Leo era bambino. Mi manca la fiducia che aveva in me, l’ultima parola che mi concedeva ogni volta, non tanto per rispetto o sottomissione, quanto piuttosto perché quella parola lì contava, era buona e giusta. Mi manca il suo sorriso perenne, quella gioia negli occhi che sprizzava istintiva, quel punto di domanda che metteva in ogni frase, perché io avevo ogni risposta, io ERO ogni risposta.

Ecco. Forse, quando Leo guida, io torno ad essere un po’ quella fonte di sicurezza per lui, quel posto buono e confortevole da cui arrivano le istruzioni per non sbagliare, le indicazioni per far bene, i consigli per non mettersi nei guai. Ed è bello vedere che ha bisogno delle mie istruzioni, che segue le mie indicazioni, che richiede i miei consigli. Istintivamente, in quei lunghi minuti di scuola guida, torno ad essere la sua migliore amica, e non una giudicante madre, un’adulta pesante e sfiancante. Torno ad essere la persona che, pur di farlo crescere e renderlo autonomo, è disposta a lasciarlo andare da solo. Che nonostante la paura di vederlo sbattere, lo lascia con fiducia al posto di comando. E’ un passo importante nel nostro rapporto, io lo sento e credo che lo senta anche lui, perché quando parcheggiamo sani e salvi nel parcheggio della sua High School mi guarda con qualcosa di molto simile alla riconoscenza. E prima di scendere dalla Jeep e prendersi lo zaino e la borsa del football ha sempre una frase da dirmi. Io mi aspetto sempre che sia “grazie mamma, è stato bello, sono proprio contento che ti fidi di me e mi fai guidare, è una grandissima prova di fiducia che influirà positivamente sulla mia auto-stima e sul mio futuro, nonché su come io mi rapporterò un giorno con i miei figli”… In realtà la frase è più o meno…
Bella ma’.
E gli ridono gli occhi.

A dire il vero, gli occhi ridono anche a me, che finalmente posso rimettermi al volante. Anche oggi è andata bene.

 

10 risposte a "Driving school"

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  1. Io vorrei che anche qui in Italia facessero la patente a 16 anni. Le moto mi fanno molta paura e un amino di mio figlio è morto in moto. La macchina è più sicura, li protegge dalla loro sbadataggine dovuta alla loro giovane età. Che poi a 18 anni non è che si è molto più attenti e responsabili che a 16.

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  2. Anche qui danno la patente a 16 anni, ma guidano con il cellulare in mano e sbadatamente pure quelli di 40.
    Mia mamma ha ancora paura quando guido io, oggi come diciott’anni fa quando mi patentai. Non è che io guidi male o abbia paura, anzi, mi piace pure. Lei non sa dissimulare il suo terrore come te. Sta zitta finché riesce e poi caccia qualche grido “AH OH mamma mia!”. Io punto il dito sul cruscotto e le dico, “ma vedi che dice 40? non sto andando forte!”. Lei si zittisce, ma è un muto silenzio di terrore. Abbiamo deciso che quando siamo in auto guiderà sempre lei. Però ora con l’età sta cedendo e vuole che guidi io. Ma è un cedimento fisico, psicologicamente ha ancora il terrore come quando avevo il foglio rosa!

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      1. Guida in USA is a piece of cake. Quando ero neopatentata mi agitava moltissimo l’autostrada. Adesso ancora sono tesa quando faccio la tangenziale. Ho cominciato a rilassarmi quando guido in Italia dopo avere iniziato a guidare in Argentina. Non solo la viabilità è più complessa, ma pure i guidatori sono più sbadati e maleducati. In Italia ci lamentiamo degli altri guidatori, ma qui sono peggio. Anche se le avenidas sono grandi, c’è sempre una fila di auto parcheggiate (non si potrebbe), una doppia fila “temporanea” di quelli che scendono a fare le commissioni, poi ci sono gli autobus e i taxi vuoti che percorrono a 30 km/h la corsia libera più a destra nella speranza di venire fermati da clienti.

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