Grazie Texas, grazie Pfizer!

Photo by Gustavo Fring on Pexels.com

Il nostro turno di vaccinarci è arrivato davvero in fretta. Del resto, in Texas il ritmo con il quale le persone vengono vaccinate è impressionante: ieri eravamo a quasi 3.900.000 persone, circa il 13,3% della popolazione. Si vaccina ovunque, a qualunque ora, in qualsiasi modo. Mio marito, da buon tifoso di automobilismo, ha ricevuto la sua dose al circuito di Formula 1 COTA durante uno dei Mass Vaccination Day, un evento straordinario quanto la vittoria della Ferrari a Monza. Io, invece, alla farmacia del supermercato, accanto agli smalti e ai colluttori.

Per fare le cose in fretta, non si è badato molto ai controlli, quindi c’è chi ha fatto il furbo e si è vaccinato quando ancora gli aventi diritto erano i più fragili, gli anziani e il personale sanitario e delle scuole. Io, no, anche se una vocetta interna mi diceva evvai pure tu, no?, e ho fatto bene, perché tanto anche il mio turno è arrivato, ed è stato bello così, rispettando la fila, rispettando chi viene prima.

Nelle settimane precedenti mi era capitato di vedere alcuni di questi enormi hub vaccinali, e confesso che fanno un certo effetto, con i gazebo bianchi, la gente in fila ordinata, tutti con la mascherina e il loro QR code in mano, i sorrisi, la speranza che rinasce. Le emozioni sono contrastanti: sembra di stare in guerra, ma è una guerra bianca, una guerra bella. Perché in questa guerra siamo coinvolti tutti e il nemico è uno solo, se esclusiamo i negazionisti e quelli che cercano di farci credere che siamo vittime delle frottole che ci racconta il TG.

I volontari con i giubbotti arancioni fosforescenti dirigono il traffico nei parcheggi, immensi quanto quelli dei concerti che contano, e tutto funziona con un ritmo perfetto. Le persone arrivano disciplinate e rispettose, quasi solenni. Sicuramente tra loro c’è chi ha perso qualcuno e chi, invece, si è solo commosso nel leggere l’andamento della curva dei decessi in TV.

Anche oggi, in fila in farmacia, accanto agli smalti e ai colluttori, ci si sorrideva con gli occhi, visto che le labbra erano coperte. In quegli occhi socchiusi c’era la chiara consapevolezza di camminare insieme, di avanzare verso la vita normale, quella vita fatta di abbracci, di viaggi, di lavoro. Checking in? Name? Ok, 5 minutes, we’ll call you. E dopo 5 minuti ti chiamano davvero, e lo small talk con l’infermiera con la siringa in mano assomiglia tanto a quello quotidiano con la cassiera del supermercato, ma non lo è, perché in quei 6 sei secondi in cui l’ago attraversa i tessuti del mio braccio c’è letteralmente la vita che esplode.

Troppe volte mi lascio vivere, anziché vivere. Lascio che gli eventi mi attraversino, anziché attraversarli, ma stavolta no. Stavolta voglio proprio sentirlo, questo momento. Voglio vivere quegli attimi in cui quella formula magica, creata in laboratorio, entra nel mio corpo per proteggermi da un virus che ha già ucciso 2.800.000 persone in tutto il mondo. E ancora va avanti a uccidere. Voglio celebrare per un attimo l’umanità che cade e si rialza, che crea, che vince, che salva vite. Voglio fermarmi un momento per pensare a Ignazio e a Giovanna, che non ce l’hanno fatta. A Pinuccia, che ancora sta male e lotta, e che ce la farà. Voglio ricordare i camion di Bergamo e le tende davanti agli ospedali, le lacrime dei medici intervistati al telegiornale. Mi disturbano le voci di chi prova a dire “gli ospedali sono vuoti, non è vero niente”, ma questo non è il momento di arrabbiarsi, non c’è spazio per chi non capisce e non ha amore per il genere umano, questo è il momento per rinascere ed essere grati.

Il tempo di quei 6 secondi e sento già il cellulare che vibra: è l’appuntamento per la seconda dose, il 20 di aprile. La macchina sanitaria americana è straordinariamente efficiente, penso. Si è messa in moto con lo stesso piglio con il quale affronta qualsiasi sfida e sta facendo un’ottima figura che mi fa dimenticare per un attimo tutti i difetti, i problemi, le carenze. All’infermiera vorrei dire istintivamente “Thank you for your service”, ma farei una figuraccia, perché questa frase si dice a chi ha prestato il servizio militare, non a chi si mette 12 ore a vaccinare la gente nei supermercati. Quindi ringrazio con un po’ di emozione, auguro una buona serata ed esco, con una nuova forza addosso e un po’ meno paura. So che, per essere completamente coperta, dovrò attendere la seconda dose e, dopo quella, un altro paio di settimane. Ma il primo passo è fatto, il genere umano si sta muovendo verso una ripresa e verso la sopravvivenza. Possiamo tornare a sorridere, ancora da dietro una mascherina, ma è già qualcosa.

2 risposte a "Grazie Texas, grazie Pfizer!"

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  1. Cara Iomeneandrei,
    ho scoperto oggi il tuo diario mentre ero alla ricerca di informazioni su Austin perchè probabilmente la mia famiglia ed io ci traferiremo lì e ho un gran bisogno di consigli! Posso contattarti in privato? Grazie

    "Mi piace"

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