Risky business: cosa fanno i figli quando i genitori vanno via per il weekend


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Per il nostro anniversario, abbiamo avuto l’idea di trascorrere il weekend a Santa Monica.
Bello, direte voi. Il solo e unico problema è Leo, lasciarlo ad Austin da solo sapendo che casa nostra diventerà una polveriera. Quando siamo via, infatti, lo scenario che mi figuro solitamente prevede:

– la polizia che irrompe di notte, allertata dai vicini, spalancando la porta di casa su una mandria di minorenni completamente ubriachi
– messe nere
– orge
– vomito tipo a idrante.

L’ultima volta che siamo andati via, Leo ha rubato la Challenger di suo padre e l’ha riposta in garage con un graffio, le gomme sporche di fango e il serbatoio vuoto. Quindi, in sostanza, quando vado via per il weekend non mi diverto mai, perché so già che per ogni diavoleria che combinerà Leo, inspiegabilmente ne pagherò parte del prezzo, perché io gli lascio fare tutto, e lo proteggo sempre, e lo giustifico, ed è colpa mia se lui è così…

Leo è un piantagrane, insomma. Ma ha i suoi lati positivi. Ad esempio, mi racconta tutto, o quasi. Quindi, quando gli ho detto che avevamo fatto i biglietti aerei, non si è nemmeno nascosto, ha tirato fuori il cellulare e ha iniziato a seminare inviti a raffica. Saturday night at my place. Parents out.
Non tanta gente, mamma, solo le persone più strette. Mi compri 12 birre?

E ora vi spiego perché le birre le chiede a me. Qui in Texas se non hai 21 anni non bevi. Ma i ragazzi ne sanno una più del diavolo, ed esiste un mercato (accessibile a tutti) di finti documenti in cui la tua bella faccia brufolosa e il tuo nome vengono messi su patenti che spergiurano la tua idoneità ad acquistare alcolici. Ora, per evitare che mio figlio si metta in guai più grossi di lui e che si rechi da HEB con una patente falsa per portarsi a casa una cassa di Corona da 5 volumi, con il rischio di tremare e balbettare una volta di fronte al commesso, la birra gliela compro io. Sono una madre modello? No? No.

Di fronte a certi racconti, io mi irrigidisco non poco. Poi, però, penso a com’ero io, alle notti magiche con le mie amiche di sempre, ai rischi e alle evasioni, a quelle fughe dalle regole che mi hanno regalato scariche di adrenalina mai più sentite, e mi dico che ce la possiamo fare. Anche se si lanciano dai ponti nelle acque delle fiume, anche se sfrecciano sui go kart fatti in casa, anche se vanno a guardare l’alba sulla Downtown dopo una notte insonne a pescare nel Lake Travis, non succederà mai niente di brutto, e torneranno sempre a casa. Puliti, magari non sempre sobri. Ma torneranno.

Quindi, siamo partiti, e Leo ci ha salutati con sguardo compiaciuto. Io sapevo dentro di me che da lì a qualche ora la mia casa sarebbe stata un via vai di gente imprecisata. E le bouganville, l’oceano Pacifico, Malibu, i ristoranti sul mare, i pescherecci, i californiani super fit che corrono costeggiando Muscle Beach, sarebbero stati solo un sottofondo alla mia costante preoccupazione. Ma è la mia vita, perbacco, avrò diritto a un po’ di svago? No? No.

La mini-vacanza è andata anche bene, con telefonate qua e là, i vari tutto bene, sto bene, sì che sono andato a scuola, divertitevi, godetevi il mare. Ma anche i vari secondo te sta facendo feste, ma no, che feste, al limite ha invitato un paio di amici a guardare Netflix. No? No.

Siamo tornati, e Leo aveva la faccia felice di chi se l’è goduta, diciamo, abbastanza. La casa era pulita. Ma tanto pulita. Troppo pulita. Quel livello di pulizia che metti in atto dopo che hai ucciso delle persone e lavato via il sangue in modo che neanche la scientifica possa trovare tracce di sostanze organiche. La bottiglia di vino sapientemente ¨dimenticata¨ sulla mensola come un pezzo di groviera acchiappa-topolini, era ancora lì, polverosa, sulla mensola. Pattumiera? Nemmeno l’ombra. Odori strani? Solo il Fabuloso alla lavanda in soggiorno e il Clorox nei bagni. Mio marito ha ispezionato ogni angolo (lo sento, lo sento che c’è stato qualcuno qui) ma niente, sembrava che Mrs Doubtfire fosse appena uscita da casa nostra, portandosi via disordine, sporcizia e bugie.

Leo si aggirava sicuro (ma non troppo), osservandoci di nascosto, studiando le nostre espressioni, sicuramente pregando di non essere colto in fallo. Ma la sua sindrome OCD (Obsessive compulsive disorder) orgogliosamente ereditata da suo padre in questi casi lo aiuta: la sua memoria fotografica, la sua attenzione ai dettagli, la sua spietata organizzazione avevano fatto sparire ogni oggetto fuori posto, ogni capello, ogni singola traccia. La casa era immacolata, come se nei quattro giorni precedenti fosse rimasta chiusa. Finita l’ispezione, papà si rassegna a non dover fare nessun cazziatone, e mamma tira un sospiro di sollievo perché anche lei si è risparmiata quello stesso cazziatone. Ci vorrebbe un po’ di terapia familiare, lo so, ma alla fine noi stiamo bene anche così. No? No.

Tuttavia, ci sono degli indizi che rivelano che quei cinque giorni non sono stati tutto compiti e faccende domestiche: occhiaie nere, sbadiglio facile e soprattutto una strana rilassatezza, una pace interiore che ti può arrivare solo dopo sette anni in Tibet o dopo qualcos’altro. E forse il cappello da cowboy pieno di glitter e swarowsky dimenticato in camera di Leo ne sa qualcosa. E va beh, dai. Son ragazzi. No?

5 risposte a "Risky business: cosa fanno i figli quando i genitori vanno via per il weekend"

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  1. Almeno la muscle car era intatta 😁😁😁😁 vuol dire che quella lezione l’ha appresa. Comunque se i figli combinano qualcosa è sempre colpa nostra, siamo troppo permissive. Se per caso intervengo rigidamente però, sono esagerata… Bah.

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  2. Spero che per le restanti “attrezzature” necessarie al divertimento si sia organizzato da solo… o in Texas occorre avere 21 anni per comprare anche quelli? 🙂

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