Troppe cose…

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Sono passati tre mesi dall’ultima volta in cui ho scritto. Sono stati mesi intensi, e allo stesso tempo vuoti. Mesi per lo più di osservazione e di ascolto. Ho temuto la morte di mio papà, ho temuto l’uscita da casa di Leo, ho temuto il lavoro nuovo, ho temuto l’Italia. Ho osservato tutto con circospezione e con cautela, perché il dolore mi spaventa e ho una soglia di tolleranza davvero bassa. Sento tutto, troppo.

Ho scoperto, invece, che la morte fa davvero parte della vita, e che ci sono dolori e distacchi che, anziché toglierti speranza, te ne danno di più. La morte a volte non è assenza, ma ricordi bellissimi, amore, presenza sotto altre forme, gesti e parole che restano nell’aria, energie che ci circondano e non ci lasciano mai. La morte è quell’halò al telefono, che non sento più da mio papà ma lo sento dalla mia famiglia, che in quel saluto un po’ bislacco rivive per un secondo la sua luce e il buonumore perenne.

Ho scoperto, invece, che l’uscita di Leo dalla nostra casa in Padre Ravasi non ha creato un vuoto, bensì ha fatto spazio. Quel vuoto che mi faceva tanta paura, quel senso di “e ora cosa faccio” in realtà era una possibilità in più, era l’occasione di mettermi in gioco, di vivere per me stessa, di concentrarmi su obiettivi solo miei. Pare strano, ma a 48 anni ho realizzato che darmi degli obiettivi solo miei è qualcosa che non avevo mai fatto.

Ho scoperto, invece, che ho ancora tanta voglia di imparare, e che quel vecchio lavoro fatto di abitudini stantie e di corridoi opachi è stato una zavorra per tanto tempo, una coperta di Linus, un paracadute che mi pesava addosso senza che stessi nemmeno volando. Il mio nuovo lavoro, invece, è una sfida continua, che mi fa sentire una mezza deficiente per il 70% della giornata, ma va bene così, perché un amico una volta mi ha detto che quando ti senti scemo è perché stai imparando cose nuove, esplorando, crescendo.

Ho scoperto, invece, che l’Italia è cafona e aggressiva. L’Italia ha sempre da dire, dà sempre una rispostaccia, si lamenta di chi fa il furbo ma poi è lei, la furba. L’Italia con me è sempre di cattivo umore, mi urta in metropolitana, mi passa davanti in coda, parla a voce troppo alta e, soprattutto, è molto ma molto fascista. L’ho osservata bene, in questi mesi. L’ho presa di mira anche io, come lei ha preso di mira me, il mio tradimento, il mio ritorno. Ho sostenuto il suo sguardo mentre mi diceva “sei tornata, eh?”. E, pian piano, tra uno sguardo di sbieco e un ringhio, ho imparato a comunicare con lei.

Oggi faccio così: se vedo qualcosa che non mi piace, se qualcuno taglia la fila, suona il clacson, getta una carta per terra, manca di rispetto, mi avvicino e, con gentilezza, gli dico quello che va detto. Diciamo che non cambia niente. Chi mi ha superata in fila mi resta davanti, chi ha suonato il clacson mi manda anche a cagare, chi ha mancato di rispetto mi guarda con disgusto e se ne va. Ma io lo faccio lo stesso, io parlo lo stesso, io dico quello che va detto. Che le regole vanno rispettate. Che dobbiamo dare il buon esempio. Che in un posto civile non ci si comporta così. Lo faccio non solo per ottenere una reazione da chi si sta comportando da incivile, ma anche per farmi sentire da chi mi sta intorno e ha smesso di parlare e ora abbassa lo sguardo e si fa gli affari suoi. Perché in Italia dobbiamo capire che “gli affari nostri” sono gli affari di tutti. E che un piccolissimo gesto di gentilezza che facciamo a una sola persona, ha delle ricadute inimmaginabili.

Lo so…parlo come una nonna sola. Non solo, l’unico risultato che ho ottenuto fino ad ora è che ho la strana sensazione di litigare di continuo con sconosciuti, ovunque. In metro, all’aeroporto, in banca, all’Anagrafe…Voglio diffondere pace e mi tornano carriolate di vaffa. Eppure sono contenta, mi va bene così. Perché in realtà lo vedo che a volte la gente mi guarda e annuisce, talvolta interviene, perché in tempi in cui si sdogana qualsiasi mostruosità, io almeno sdogano la buona creanza, l’educazione, il senso civico.

L’Italia, insomma, mi va ancora scomoda. Del resto non poteva essere diversamente, perché troppe cose, strane, sono successe in questi mesi. Quindi non mi aspettavo aperitivi in Darsena, concerti all’aperto, musei, colazioni e cene in compagnia. Ma tutto questo arriverà, lo so, coi suoi tempi. La fame di vita c’è ancora, anche se sembra di no, ha solo bisogno di trovare lo spazio giusto. A dispetto di ogni cosa, l’Italia mi ha regalato un bellissimo lavoro, mi ha riportato i miei vecchi amici, mi ha riportato la mia famiglia, o quel che ne resta. Ma oggi come oggi non so se l’Italia sia “casa”. Forse ha ragione Michi, quando dice che la casa non è un luogo fisico, bensì uno stato interiore, mentale. Alla fine il bello è sapere di potersi sentire a casa ovunque, non di sentire il bisogno di tornare a un luogo fisico. Forse, dicendo una banalità, casa la fanno le persone di cui sei capace di circondarti. Forse, casa la fa il sapere di non aver bisogno di un luogo per sentire che sei nel posto giusto.

“Casa” è nelle parole di Leo, che dice di essersi sentito nel posto giusto quando viveva tra fiumi e colline ad Austin, ma di sentirsi così anche ora che è a Malta, in mezzo agli scogli e al mare, e a Sesto, nella sua cameretta piena di ricordi lasciati qua e là da un bambino riccio e guascone. Io ascolto lui, ascolto chi mi è intorno, osservo e penso tantissimo. Perché quando ti capitano troppe cose, tutte insieme, è inutile muoversi, agitarsi, cercare di adattarsi subito. E infatti ora, a distanza di un po’, qualche chiarezza si intravede. L’obiettivo alla fine è essere sereni, sia che si tratti di fiumi e colline, scogli e mare o camere piene di ricordi. Perché non è mai il dove, che risolve i problemi.

5 risposte a "Troppe cose…"

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      1. Mi è piaciuto fin da subito il tuo blog, hai fatto quello che in tanti sognano ma hanno troppa paura di fare. Da lì mi sono appassionato alla storia della tua famiglia, dovresti scriverci un libro. Anche perché scrivi bene.
        Alla prossima!

        Piace a 1 persona

  1. Auguri!!!
    Comunque vada il Texas è sempre qui, non scappa. 🙂
    Però ora sappi che vivi in Italia, ma non sei più italiana. Così come in Texas non eri texana.
    Hai tolto le radici dal terreno e queste radici sono diventate altro.
    Nel bene e nel male, non hai più una casa.

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