Io e la mia carriera negli USA

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Sono circondata da persone che hanno una precisa agenda focalizzata sulla loro crescita professionale. Entro un anno vogliono essere lì, entro tre anni vogliono arrivare là, entro dieci anni vogliono scalare lassù. Aggiornano il curriculum ogni sei mesi, si documentano, studiano, sfornano certificati e licenze come pagnotte fumanti. Fanno colloqui di continuo, anche solo così, per non perdere il giro. Del resto, questo è il posto giusto dove scommettere su se stessi, sulla propria carriera. La meritocrazia da queste parti negli USA non è una parola vuota, esiste davvero. Quindi le persone che conosco cavalcano l’onda.
In mezzo a loro, ci sono io.

Quando sono arrivata in Texas, non avevo il permesso di lavoro. Ho passato i primi 20 mesi pestando la testa al muro (e ammorbando chiunque mi passasse a tiro) perché non riuscivo ad accettare il fatto di fermare la mia crescita professionale, di perdere tempo. Continuavo a dire a mio marito “Io qui non sto facendo niente, sto buttando la mia vita“. In realtà avevo scelto la scuola di Leo, lo aiutavo nei suoi compiti, ricordavo ogni giorno a mio marito quanto fosse all’altezza del salto nel buio che stava (e stavamo) facendo e, last not least, mi sforzavo di rendere la casa un posto felice. Non ci riuscivo sempre, okay, ma ci provavo.

Ho trascorso ore in piscina, commiserandomi.
Leggendo sotto un albero, maledicendomi.
Passeggiando nei boschi al tramonto, lamentandomi.
In pratica, da quando non avevo un lavoro con cui misurarmi, ed esistevo solo io, sentivo un silenzio e un vuoto assordanti. E in quel silenzio di voci e di caos sentivo solo la voce della mia mente e del mio cuore, vedevo solo la persona che ero, così, senza orpelli, senza i tacchi dell’ufficio, senza le riunioni, senza gli obiettivi, senza (soprattutto) i complimenti e le gratificazioni. Pensavo di essere poco, o quantomeno di non essere abbastanza, senza il lavoro. E invece, in quei 20 mesi sola, davanti a me, all’unica voce che avevo, mi sono vista, sentita e trovata per la prima volta. Mi sono anche perdonata per i miei sbagli.

Ho iniziato a godermi il sole e la natura, ad apprezzare un piatto cucinato bene, a camminare sulle lastre di pietra di un fiume asciutto, ad ascoltare le cicale la sera bevendo una birra sul patio, e facevo tutto questo con tanta, tanta felicità. Ho scoperto che le gratificazioni che provavo al lavoro per un pezzo ben scritto, o un incontro ben riuscito, o una campagna di comunicazione di successo, non erano le uniche che avrei conosciuto. Era gratificante incontrare un’amica per regalarci il nostro tempo e scambiarci l’anima. Lo era anche guardare un film con la mia famiglia mangiando pop corn. Lo era scrivere per me stessa, non per gli altri. Lo era essere da soli davanti alla bellezza di questi cieli texani, e sentire dentro di me un grande senso di gratitudine.

Così, quando poi il permesso di lavoro è finalmente arrivato, mi sono detta che mai più avrei sacrificato tutta la libertà che sentivo di aver guadagnato. Non era una libertà da orari di lavoro, bensì da quella schiavitù di dover essere sempre più brava, sempre più apprezzata, di avere sempre più obiettivi davanti. Così ho scelto un lavoro che mi piace tantissimo, ma che non mi porterà certo a fare una scalata tipo Melanie Griffith in Working Girl…Però qui ho conosciuto ragazze come me (quindi non più ragazze) che amano le parole e sanno farne l’uso migliore per comunicare meglio. E trascorriamo le giornate combinando ingredienti come la grammatica e la sintassi per creare un risultato gourmet, impeccabile, che deve piacere a tutti. E quando mi chiedono che obiettivi ho, io rispondo che voglio continuare a godermi il mio tempo.

Qualcuno mi ha detto che non sto sfruttando al meglio quello che gli Stati Uniti potrebbero offrirmi, e che io farei la differenza in un’azienda, mettendo in gioco quello che sono, affiancandomi un mentore, lavorando sodo per aumentare il mio salario, le mie responsabilità…E mi stanco solo a pensarci. Perché in realtà gli Stati Uniti mi hanno regalato davvero qualcosa di unico, di cui sono immensamente grata: tempo, libertà, solitudine, silenzio. Grazie a tutto questo ho potuto vivermi ogni secondo la mia famiglia che cambiava, diventava adulta, abbatteva muri, superava ostacoli. Ho visto la mia vita di coppia trasformarsi, trovare una nuova armonia nella disarmonia. Ho visto Leo cambiare da bambino a ragazzo a giovane uomo, giorno dopo giorno, senza perdermi mai un istante dei suoi umori, osservando le sue spalle allargarsi, il suo collo farsi sempre meno esile, i suoi occhi diventare sempre più limpidi. Ho sorretto pesi, anche senza lavorare, e portato avanti responsabilità e progetti, a volte con successo e a volte fallendo.

Insomma, leggo quotidianamente consigli su come avere successo nel lavoro, come investire su se stessi per crescere professionalmente. Leggo storie di donne fantastiche che si sono reinventate, che hanno fatto master, che sono diventate manager in tempi da record. E tutte si scambiano consigli e strategie per aumentare le loro skill, le loro ambizioni. Tutto questo è molto bello, non fraintendetemi. Non voglio dire che cercare il successo professionale sia vuoto, o inutile, al contrario. Voglio dire, però, che ci sono donne come me a cui invece tutto questo non interessa, e non c’è da scandalizzarsi. Ci sono quelle come me che si sentono persone di successo anche non hanno un’agenda fitta al lavoro, ma ce l’hanno dopo il lavoro. Donne come me, che vivono di relazioni, che si appassionano ogni giorno alla vita, e che la differenza non la vogliono fare nelle aziende, ma nelle vite delle persone che incontrano. Ci sono donne come me che scelgono una routine diversa, fatta di piccole cose perché le trovano grandi, e che non scandiranno mai la loro giornata tra riunioni e scadenze.

Le mie riunioni sono con Leo, per parlare del suo futuro, dei nostri obiettivi di vita. Sono con mio marito, per sognare insieme dove ci porterà il 2022, dove andremo a vivere, come sarà la nostra nuova casa. Sono con le mie amiche-sorelle, davanti a una bottiglia di vino e a una fila di ribs di manzo (ma le mangi tutte? sì, le mangio tutte), parlando di amore e di vita, ridendo fino alle lacrime, con le guance che fanno male. Il mio lavoro mi piace, e anche tanto. Ma ogni volta che si apre una posizione per project manager e tutti mi chiamano per partecipare, io dico no, dai, lasciamo provare Tizio o Caio. Io sto tanto bene dove sto…E mi guardano tutti come se fossi pazza, perché non spingo abbastanza.

Chissà, forse è anche per questo motivo che non è scoccata la scintilla tra me e il Paese delle Opportunità… Forse ho colto le opportunità sbagliate, o forse erano semplicemente quelle giuste per me in questa fase della mia vita. Fatto sta che io ammiro le persone ambiziose e soprattutto le donne, perché quando hai a casa una famiglia bisogna diventare dei veri acrobati per poter fare tutti felici, in primis se stesse, e avere anche una carriera soddisfacente. Io ho visto che arrancavo a fare tutto, forse, ho visto che mi perdevo delle cose, che non sentivo abbastanza, e forse ho avvertito la necessità di rallentare. E ora che passeggio, e osservo, e sento, non me la sento più di tornare a correre. Sto tanto bene dove sto…

9 risposte a "Io e la mia carriera negli USA"

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  1. Ahhh, che bello leggere le sue righe ! Finalmente una donna che ama essere DONNA in famiglia e NON una che mira solamente a scalare la carriera (comunque, con rispetto per chi la pensa così)! Io ho una certa età e quando guardo indietro alla mia vita passata e medito sulle scelte che avevo preso (una, lasciare il lavoro per stare dietro alla famiglia) non cambierei un giorno di quelle scelte ! Come lei, mi sono davvero realizzata con mio marito e famiglia ! Ed oggi, a 76 anni, è proprio questa mia famiglia che mi da serenità! Se posso osare darle un consiglio, continui così ! Comunque, come dice lei, ogni età ha le sue caratteristiche. Il mondo è bello così.

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    1. Ciao Ellen! Grazie per le tue belle parole. In realtà io credo di essermi realizzata “da sola”, più che con marito e famiglia. Però nel cammino dentro di me ho visto anche che stare con loro e sostenerli mi piaceva e mi dava gioia. 😊

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  2. Bellissimo post. Abbiamo avuto un negozio all’interno di un centro commerciale per ben 10 anni, durante i quali ho lavorato tanto, tantissimo. Uscivo alle 8 della mattina e rientravo alle 23, anche 4 giorni la settimana. È arrivata la pandemia, abbiamo deciso di cedere, una scelta soffertissima, ci ho lasciato il cuore. Mi sono ritrovata, dopo ben 32 anni di lavoro sempre a tempo pieno e oltre, ad avere la giornata a disposizione. Dopo un iniziale smarrimento, ho deciso di ricostruirmi una routine che mi aiutasse a star bene e a fare star bene chi mi circonda. Quando sento le mie vicine di negozio che mi dicono ancora quanto manchi loro, all’inizio mi chiedevano … Ma adesso cosa fai? La casalinga, è un’attività che mi dà un sacco di soddisfazioni e opportunità, mi permette di prendermi cura di me stessa e della mia famiglia. È un’attività sottovalutata. E loro ridevano di cuore. Sono passati due anni e la soddisfazione più grande è l’equilibrio che questa scelta ha portato nella famiglia, soprattutto nel figlio più piccolo che sentiva molto la mia non presenza. Uno dei primi commenti dei figli è stato: per fortuna mamma che hai smesso di lavorare, ora si che si mangia bene. Tornerò a lavorare? Non lo so, può darsi, mai dire mai, ma non voglio più tornare a vivere per lavorare.

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  3. quante emozioni provate leggendo questo splendido articolo e quante di noi si saranno sentite meglio dopo averlo letto…grazie Anto sei un talento straordinario

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  4. Lo sai che adoro la tua schiettezza e i tuoi pensieri, leggerti e’ sempre un piacere enorme. Ma la scintilla non e’ nata perche’ sai che te ne andrai 🙂 Poi anche io sono abbastanza come te, non mi interessa la carriera in se’ e mi sento diversa da altre persone che sono qui da molto piu’ tempo. Alla fine siamo italiane e ci portiamo dietro la nostra cultura di appartenenza che quella corsa al successo non la contempla un granché. Pero’ ho dovuto decidere di iniziare un master per non restare indietro in futuro (io che ho 50 anni, ci pensi?) come e’ successo ad altre colleghe immigrate come me. Insomma, ci sono tante altre variabili da dove considerare. Ti mando un abbraccio grande.

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    1. Chissà, magari hai ragione. Magari, se non avessi avuto un piano di riserva che contemplasse il ritorno in Italia, avrei cercato con più convinzione nuove strategie per adattarmi. Non so… Detto ciò, tanta stima per il tuo master a 50 anni, credo che lo farò anche io, anche solo come goal personale. Un abbraccio grande a te, compagna di letture 😘

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  5. Meravigliosa testimonianza di come crescere ed acquisire liberta’ dentro e fuori in una societa’ dove si misura tutto con la produttivita’ e l’azione. Sei straordinaria.

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