American dreamer

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I miei primi due anni in Texas li ho vissuti in una gigantesca e confortevole bolla di vetro. Ho conosciuto la vita tra le colline di Westlake, ad Austin, dove le portiere delle auto si aprono quasi sempre ad ali di gabbiano, dove le cheerleader allo stadio sono bionde e fanno le capriole più spettacolari, dove gli amici ti ospitano in ville faraoniche e tutto sembra facile e leggero. Il Paese delle Opportunità si è messo in mostra così, per me, nei primi due anni. Ammiccante e solare, ma mai sbruffone, quasi timido nel dirmi “cosa vuoi, qui funziona così, chiedi e ti sarà dato”. Gli stipendi sembrano sempre alti, le mail dei recruiter riempiono la mia posta e finiscono nello spam, non conta quanto sei vecchio o vecchia, un posto per te nella grande macchina del lavoro c’è sempre.

Le mie amiche, le mogli degli altri ingegneri, o sono a casa a occupare il tempo con lavori da due, tre giorni alla settimana, oppure fanno lavori altrettanto impegnativi, come quelle dei loro mariti, tra call e viaggi di lavoro. Io sapevo dall’inizio che non avrei potuto avere le loro opportunità, perché lavorando nella comunicazione, e non avendo in inglese la stessa padronanza che ho in italiano, sapevo che avrei dovuto accontentarmi di un lavoro meno pagato, magari anche meno interessante. Così ho iniziato anche io, non dai gradini bassi, diciamo dai gradini di mezzo. E lì ho scoperto l’America di quelli che non escono da portiere ad ali di gabbiano.

Ho avuto colleghi, tanti, senza assicurazione medica, perché “lo stipendio è già basso, come faccio a pagarmi anche l’assicurazione?”, e con la consapevolezza che, se succede qualcosa, l’unica cosa da fare è firmare con l’ospedale una cambiale a vita per pagare almeno parte del salatissimo conto. Ho avuto lavori senza ferie pagate, senza malattia pagata, in cui perfino il giorno di Natale non ti viene retribuito, se ti fanno stare a casa. Ho conosciuto manager assunti solo per controllare la mia produttività, per scansionare il tempo che impiego a scrivere una mail, a risolvere un problema, perfino a prendermi un caffè. Il tutto nell’indifferenza e nella rassegnazione di un popolo di mezzo, che si presta a tutto questo con lucida consapevolezza. Sì, perché chi non esce dalle portiere ad ali di gabbiano ha bisogno di lavorare, per pagare l’affitto, le bollette, l’assicurazione della macchina, le rate. E, se ha figli, e sa che il college costa quanto comprare una casa, il lavoro diventa l’unico strumento per far sì che almeno loro, i figli, possano un giorno avere un lavoro con ferie e malattia pagati, e con un’assicurazione decente.

L’America è generosa, sì. Ma solo se anche tu puoi darle tanto. Ti copre di lusso, ma solo se aiuti l’ingranaggio ad andare avanti fluido e veloce, se sei impeccabile, se corri veloce. Se sei bravo, qui vai avanti, mi ripetono sempre tutti. Probabilmente è così. Ma io nella vita sono sempre stata una che guardava indietro, a quelli che non corrono veloce, quelli che si stancano subito, o quelli che non riescono proprio a correre. E mi dico, e loro? Cosa ricevono loro? Eccoli lì, con il loro lavoro da 18-20 dollari all’ora, senza assicurazione, senza diritti. E non sono neanche i più infelici, intendiamoci, perché hanno imparato a correre sulla ruota, hanno imparato a godersi il buono quando c’è, e a parare i colpi quando arrivano. Anche quelli più bassi.

Ci hanno raccontato che chiunque può diventare Presidente negli Stati Uniti. E che non importa dove nasci, puoi sempre spostarti e scalare le gerarchie sociali. Il covid, però, ci ha insegnato ad esempio che a morire di più qui sono gli afroamericani e i latini, i nati poveri, i nati emarginati, e che quindi la mobilità sociale non esiste, al contrario, esiste un ristagno sociale che non ti risparmia nemmeno dove entra in gioco un diritto umano inviolabile come quello della salute. 

E chi è fortunato, chi è nato nella famiglia giusta, cresciuto nel quartiere giusto e ha studiato nelle scuole giuste, fatica comunque a mantenere il suo status, perché la ruota gira velocissima e finisci per non scendere mai, per timore che qualcuno ci salga al posto tuo. Il risultato è lavoro, lavoro, lavoro, sempre meno tempo per gli amici, il tempo libero, le passioni. E tutti arrivano a sera stanchi morti, pensando che un altro giorno è andato.

Quindi, anche se mancano meno di due anni a poter chiedere la cittadinanza americana, né io né Robi la chiederemo. Il nostro Leo, invece, lui ne farà richiesta. Perché questo Paese ha tanto da insegnare e da condividere, soprattutto a chi è giovane come lui, con una solida base e, soprattutto, un grosso piano di riserva a cui attingere in caso di guai (tipo tornare a vivere in un paese con la sanità pubblica). Perché diciamocelo, noi l’America ce l’avevamo già a Milano, anzi, a Sesto San Giovanni per essere precisi. Con le nostre lauree costate relativamente poco, i nostri due lavori, le nostre famiglie e i nostri amici, noi i nostri sogni li avevamo già realizzati e non lo sapevamo. Ben venga tutto quello che stiamo imparando qui, ben vengano i lavori trovati e quelli persi, i sogni cullati e quelli infranti. Ma appena sarà possibile, e quindi abbastanza presto, è a casa nostra che torneremo. Perché il bello dell’apertura mentale che ti dà la fortuna di poter viaggiare, e di poter vivere in luoghi diversi da quello in cui nasci, non è il dover per forza accettare tutto quello che viene. E non è nemmeno adattarsi per forza. Il bello di avere una mentalità aperta secondo me è aprirsi a conoscere, accogliere il più possibile, ma alla fine trovarsi e riconoscersi nelle situazioni che ci appartengono di più. E, per quanto ho visto, io non sempre mi riconosco in quello che vedo intorno a me, non sempre mi riconosco in questo sogno americano. Ma mi riconosco nei sogni, quello sempre. E il mio oggi è di tornare a casa. 

 

2 risposte a "American dreamer"

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  1. L’America ha due facce ed è bene conoscerle entrambe perchè passare dall’una all’altra può essere repentino e imprevisto. Lavoro molto con statunitensi e nel corso degli anni ho sentito storie che non descriverei proprio da primo mondo. Il tuo figliuolo ti ringrazierà per l’opportunità.

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